domenica 23 novembre 2008

Festa di Cristo Re


Omelia domenicale
Oggi è la festa di Cristo, Re dell’Universo.
È una celebrazione che ci aiuta a trovare il senso della nostra vita, dell’universo intero, della misteriosa ed affascinante “creazione”.
Scopriamo di appartenere a qualcuno, che non siamo persi nel caso!
Ma che tipo di re è il Signore?
Come comanda?
Che vuol dire che siamo suoi?
Ci domandiamo anche: se è davvero re, il re, perché non mette tutte le cose a posto?
Perché non vince definitivamente sul male, sul dolore, su quanto rende la vita triste e segnata dalla divisione?
Tutti noi facciamo fatica a stare a sentire per davvero qualcuno; vogliamo sempre fare come diciamo noi; siamo riottosi a qualsiasi obbedienza; assecondiamo la vera tirannia che sono i nostri stati d’animo; temperiamo così poco il nostro cuore, eppure proprio noi finiamo per cercare un re che non ci chieda nessuno sforzo.
Cristo è re, e comanda davvero.
Giudica e giudicherà.
È re di amore e per questo dona tutto se stesso.
Il suo limite è che noi non siamo suoi!
Siamo liberi di esserlo.
Tanti “io” si fanno re, cercano di imporsi sugli altri, si mettono al centro e diventano come malati, perché il senso della nostra vita tutti noi lo troviamo solo legandoci agli altri. Gesù, re di tutto e di tutti, diventa fratello e s’identifica in coloro che dipendono in tutto dagli altri, che hanno bisogno di essere amati in maniera concreta, in cui manca qualcosa perché possiamo dargliela.
Siamo suoi quando impariamo ad essere degli altri, ad avere un cuore, a volere bene!
Tutti restano sorpresi.
Non ti ho visto!
Non vedere, essere ignoranti di qualcosa non giustifica!
Come? Quando non ti ho visto?
Quando pensavi alla tua fame; quando non avevi tempo per ascoltarmi;
Quando sei rimasto indeciso ed alla fine non hai fatto nulla; quando hai calcolato che non ti conveniva;
Quando hai pensato che ero solo un problema ed hai assecondato il tuo fastidio;
Quando hai pensato che tanto era inutile fare qualcosa; quando ti sei creduto troppo importante per un gesto concreto;
Quando hai pensato che se ero così era per colpa mia;
Quando hai giudicato invece di volere bene;
Quando hai creduto più importanti la carriera o quello che avrebbero pensato gli altri se ti avessero visto aiutare un povero; quando non hai fatto nulla per non legarti;
Quando hai pensato che avevi troppi problemi tu o che avevi già fatto abbastanza, e che io non c’entravo nulla con te;
Quando hai voluto tenere tutto per te;
Quando hai cercato di verificare se era proprio vero che avessi fame;
Quando hai avuto paura e non l’hai vinta con l’amore; quando non hai creduto vero quello che tu non vivevi;
Quando hai pensato che c’è sempre tempo per aiutare e che un’occasione vale l’altra; quando non ti andava e basta;
Quando ti sei sfogato proprio con chi è più povero o malato e li hai umiliati con il tuo rifiuto;
Quando hai creduto che tanto non potevi fare nulla.
È facile credere poco importanti i gesti umili del volere bene.
Non dire: io non ho niente da dare. Non è vero.
Gesù parla di dare pane, acqua, vestiti, tempo, affetto; visita, presenza, insomma gli infiniti e possibili gesti dell’affetto.
Ma è vero anche il contrario: quando ti ho visto affamato e ti ho dato da mangiare?
Quando sei venuto a trovarmi?
Quando hai dato coraggio a me che affrontavo il tunnel della paura?
Quando sei stato attento, premuroso, mi hai aspettato, non sei andato via subito?
Quando mi hai preso la mano?
Quando hai perso il tuo tempo con me che ti sembravo solo un problema? Quando non hai avuto paura?
Quando ti sei preso un po’ del mio dolore?
Quando hai smesso di pensare solo a te, di cercare solo i soldi, gli onori, i tuoi vestiti o la convenienza e mi hai aiutato proprio perché non avevo nulla da darti in cambio?
Quando hai sentito tua la mia solitudine, il mio freddo, la mia paura nella malattia, la disperazione nel carcere?
Quando non hai pensato che eri troppo piccolo?
Quando non ti sei accontentato solo di avere ragione o delle teorie ma mi hai incontrato nella carne?

1 commento:

Anonimo ha detto...

“Venite, benedetti”.

È una benedizione volere bene.

Così prenderemo parte alla gioia, donando.

Ero io e lo hai fatto a me, dirà Gesù.

I poveri sono sacramento di Cristo. Il loro corpo è il suo.

Chi ama i poveri ama Dio.

Dare da mangiare, visitare, coprire: così apparteniamo a lui.

Amare perché lui ci possa amare.

Il futuro è frutto dell’amore.

Lo è personalmente per ognuno di noi e lo è anche per il nostro mondo, che non ha futuro senza amore per i più deboli e poveri.

AMEN!

Abbà Padre

Gesù è morto anche per te!

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